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Le Grotte di Roaschia


richiamo Dragonera
La grotta si apre a breve distanza dal paese e dal suo ingresso sgorga l’omonima sorgente, tramite un sifone esplorato a più riprese fino alla profondità di circa -35 metri.


richiamo Barma bella
E’ situata nel tratto più a valle della gola del Rio Bedale, sul fianco sinistro idrografico, molto al di sopra del fondovalle. La profonda incisione forma un canyon con alte pareti rocciose in forte pendenza.


richiamo Freida 1
E’ situata a breve distanza dalla colla del Monte Balur. Si presenta come un ampio sfondamento in un prato, impostato lungo un’evidente frattura.


richiamo Freida 5
Si apre su una cengia del versante nordorientale della cima del Van. Si tratta di un riparo superficiale senza nessuna manifestazione di carsismo.


L’area “FREIDA” è una riserva speciale ricompresa nel SIC IT1160056 “Alpi Marittime”.
Questa la scheda descrittiva predisposta dall’Ente Parco Naturale delle Alpi Marittime:
L’area è caratterizzata da pareti rocciose e ghiaioni calcarei che rappresentano la copertura sedimentaria del Massiccio dell’Argentera. Gli ambienti rivestono grande importanza dal punto di vista botanico, con presenza di endemismi esclusivi delle Alpi Marittime. Due sono gli ambienti principali, quello rupicolo calcareo e quello del macereto calcareo sinteticamente descritti di seguito.
L’ambiente rupicolo calcareo é classificato secondo la direttiva Habitat 92/43/CEE come “pareti rocciose calcaree con vegetazione casmofitica”, è contraddistinto dal codice CORINE 62.13. Le localizzazioni e le quote indicate per questo habitat sono: dalla Valle Stura di Demonte alla Valle Pesio ed Ellero sino all’Alta Valle Tanaro (Alpi Marittime e Liguri). La maggior parte delle specie vegetali si trova più a nord anche in Valle Grana e, alcune, in Valle Maira (Alpi Cozie meridionali). Quote da (600) 800 a 1800 (2500) m.
Negli ambienti rupestri di quota il suolo è praticamente assente; data la natura delle rocce, l’inclinazione e la scarsa presenza di vegetazione, il ruscellamento dell’acqua è libero e l’accumulo di humus e particelle inorganiche nelle fessure risulta difficile. Gli apparati radicali delle piante, così, si vengono a trovare a contatto più o meno diretto con la roccia ed assumono una forma a ventaglio ad ampio raggio, mentre nelle parti epigee, per la lenta crescita dell’asse principale, gli internodi sono brevi, per cui si forma spesso una spirale di foglie molto fitta detta rosetta. L’acidità delle rocce, che influenza direttamente l’acqua di infiltrazione e di percolazione (soluzione circolante), è molto importante nel determinare la distribuzione della vegetazione, soprattutto negli ambienti rupestri, dove, come si è detto, il suolo è spesso assente o molto superficiale e poco evoluto. Le maggiori differenze vegetazionali dei popolamenti rupestri si hanno dove a un diverso grado di acidità del substrato corrisponde una diversa concentrazione di calcio, che a un estremo vede la vegetazione insediata sulle rupi calcaree e dolomitiche, a reazione alcalina e ricche di calcio, e all’altro la vegetazione delle rupi silicee, a reazione adda e povere di calcio in forma solubile.
Le piante in quanto ambiente, invece, possono soffrire di condizioni di aridità per minore presenza d’acqua.
Nell’area perimetrata a riserva i substrati sono costituiti da calcari dolomitici, calcari marmorei compatti del Giurese e calcari marnosi del Cretaceo. La quasi totalità delle specie rupicole sono perciò calcicole strette. Secondo Sono (1965), in prevalenza esse sono submediterranee, mediterranee montane e steppiche. La copertura, sempre discontinua e bassa, varia da stazione a stazione: sui calcari giurassici compatti il ricoprimento è molto debole (1-10%) e abbondano la casmofite assàlute, mentre sui calcari triassici dolomitizzati, la struttura stratificata e la porosità permettono una copertura maggiore (fino a 20-25%). Inoltre, il microclima particolarissimo, unito alla calciofilia, conferisce a questi popolamenti una rimarchevole autonomia e spiega l’isolamento, la termofilia, la xerofilia, l’antichità e l’alta differenziazione delle specie che li compongono. Le numerose specie rare o endemiche che vegetano su pareti e scoscendimenti rocciosi, vi sono state spinte dal fenomeno della competizione, o dalle esigenze ecologiche particolari. Il carattere rupicolo di questi endemismi, infatti, li tiene al sicuro dalla concorrenza di altre essenze.
D’inverno l’innevamento è pressoché nullo e la notte la temperatura si abbassa notevolmente, mentre in estate l’insolazione diretta della roccia produce un aumento di temperatura considerevole: le escursioni termiche, di conseguenza, sono elevate. La porosità della roccia e il conseguente drenaggio determinano una scarsissima ritenzione idrica, accentuata dalla forte evaporazione nelle stazioni più soleggiate. Si ha così grande aridità estiva, pur essendo le precipitazioni annuali relativamente elevate. Il calcare libero è sempre abbondante e il pH nettamente alcalino e subalcalino; le analisi del terreno registrano una presenza di calcare che sale fino a 730‰ e un pH che varia da 7,50 a 8,95.
I popolamenti rupestri dell’area perimetrata a riserva denotano una notevole ricchezza floristica ed un maggiore rigoglio vegetativo, dovuti alle condizioni microclimatiche favorevoli, che consentono a volte l’insediamento delle specie arboree, miglioratrici delle condizioni microambientali e capaci di accelerare quindi il processo di colonizzazione di questi luoghi. Il microclima migliore spiega perché nei popolamenti rupestri subalpini vi siano più piante nelle esposizioni ombrose rispetto a quanto avviene nelle stesse condizioni sulle rupi alpine e nivali, e anche perché, tra l’altro, le associazioni vegetali delle rocce calcaree e dolomitiche siano le più ricche di specie. In proposito bisogna anche tenere presente che la natura stessa delle rocce, facilmente disgregabili, non permette alle cime calcaree di elevarsi in quota come quelle silicee.
La composita presenza di microambienti correlati alla natura di queste rocce danno origine a multiformi nicchie ecologiche, in grado di ospitare specie diverse: Potentilla caulescens, Saxffraga lingulata, Primula marginata, Primula allionii, Phyteuma cordatum, Phyteuma charmelii, Silene campanula, Micromeria piperella, Moehringia sedifolia, Campanula macrorrhiza, Ptilotrichum halimifolium, Iberis sempervirens, Kernera saxatilis, Hypericum coris. Importante è la presenza della Primula allionii.
Il macerato calcareo è classificato nella direttiva Habitat 92/43/CEE carne “ghiaioni dell’Europa centrale, calcarei, di collina e di montagna”. Il ghiaione xerafilo calcareo è inoltre cansiderato “habitat di interesse prioritario”.
In questo ambiente le piante possono far fronte a condiziani ecologiche estreme. A causa del continuo slittamento dello strato superficiale ghiaioso, molte specie formano un sistema di stoloni o rizomi allungati e ramificati. Il continuo movimento dei detriti, agevalato anche dal ruscellamento dell’acqua, danneggia seriamente le parti aeree delle piante, mentre le frequenti calate detritiche le seppelliscono o addirittura le sradicano. L’acqua, inoltre, can il notevole dilavamento e la forte percolazione, asporta le sostanze nutritive e le particelle terrose, già scarse in questi substrati. Dave il ghiaione è stabile, si possono sviluppare radici che scendano in profondità. Tra i grossi blocchi o su spessi accumuli di materiale pietroso la densità delle piante è vistosamente inferiore.
I popolamenti dei substrati detritici sono simili a quelli rupestri sotto alcuni aspetti: in entrambi i casi l’habitat è molto inospitale e lo sviluppo delle radici è notevole, anche se per ragiani diverse. L’aridità estiva, in ambiente detritico, non è particolarmente grave per i vegetali, a differenza di quel che si potrebbe pensare osservando questi ghiaioni, poiché interessa uno strato del detrito relativamente superficiale; al di sotto di esso l’umidità si conserva meglio, grazie alla schermatura dal vento e dalla luce da parte dei ciottoli. La relativa disponibilità di acqua consente una diminuzione degli adattamenti morfologici a pulvino o rosetta, in favore di porziani epigee più sviluppate, stabili e resistenti al sotterramento.
Le entità vegetali dei suoli detritici sono interessanti, dal punta di vista paleabatanico e fitogeagrafico.
Gli ambienti di detrito di falda, il distaccamento di materiale roccioso è in genere costante e la continua produzione di detrito non può che destabilizzare permanentemente questo habitat. La successione si blocca, casì, alla stadio primordiale, per il beneficio delle specie pioniere. Le associazioni di ambiente detritico sono molto diffuse nelle Alpi Marittime, data l’abbondanza di ghiaioni e macereti, di natura soprattutto calcarea. La fitocenosi più diffusa di questi macereti è il Calamagrostido-Centranthetum angustifolii Guin. et Vilm., caratterizzata da Achnatherum calamagrostis Beauv. e Centranthus angustìfolius DC. (quest’ultima piuttosto rara nelle Alpi Marittime), che fa parte del taxon fitosociologico Stipion calamagrostidis. Come specie caratteristiche di questo habitat di indicano: Achnatherum calamagrostis, Centranthus angustifolius, Rumex scutatus, Ptychotis saxifraga, Linaria supina, Linaria monspessulana, Arenaria grandiflora, AIIium narcissiflorum, AIlium sphaerocephalon, Melica ciliata, Sesleria varia, Laserpitium siler, Silene vulgaris, Bromus erectus, Stachys recta, Teucrium chamaedris.
LOCALIZZAZIONE:
latitudine: 44.09.59
longitudine: 07.24.39
superficie: 438 ha
cartografia di riferimento: IGM 1:25000: 90/I/NE Valdieri.


richiamo Bandito


L’area è una riserva speciale ricompresa nel SIC IT1160056 “Alpi Marittime”.
Questa la scheda descrittiva predisposta dall’Ente Parco Naturale delle Alpi Marittime:
resti fossiliCirca 200.000 anni fa, durante la terza glaciazione conosciuta col nome di Riss, la Valle Gesso era coperta da due grandi rami glaciali: il primo, detto ghiacciaio di Entracque, era formato dai ghiacciai della Barra, della Rovina e della Trinità; il secondo, quello di Valdieri, era costituito dall’unione del ghiacciaio della Valletta e Valasco con quello della Meris. Le due principali lingue glaciali andavano ad unirsi a monte di Valdieri formando il grande ghiacciaio del Gesso, spesso circa 300 metri e largo quasi due chilometri, che si estendeva fino alla stretta di Andonno.
Nell’ultima glaciazione, la Wùrm, i due rami glaciali rimasero separati tra loro. I detriti portati a valle dai ghiacci sono ancora oggi visibili nei depositi morenici di Tetti Bandito e San Lorenzo di Valdieri ed in quelli di Esterate e della Polveriera. In epoche più recenti, sorgenti sotterranee come quella della Dragonera presso l’abitato di Roaschia o quella del Bandito hanno scavato nelle rocce calcaree gallerie e cunicoli formando una fitta rete di grotte carsiche tra le quali appunto la Grotta del Bandito.
Nel Quaternario, in un periodo compreso fra i 66.000 e i 30.000 anni fa la Grotta del Bandito fu abitata da popolazioni di orsi oggi estinti, conosciuti in paleontologia come orsi spelei e orsi delle caverne. Erano creature di notevoli dimensioni: gli esemplari più grandi potevano raggiungere i tre metri e mezzo di altezza eretti sulle zampe posteriori, per un’altezza alla spalla di circa un metro e mezzo.
Si stima che il loro peso potesse ragiungere la tonnellata. Questi numeri collocano l’orso speleo tra i più grandi mammiferi carnivori mai comparsi sullaTerra.
ingresso della grottaLe ossa di questi animali si sono depositate in gran numero sul fondo della grotta del Bandito, conosciuta fin dall’Ottocento per i suoi ricchi giacimenti fossiliferi. Durante le piene del Gesso le acque invadevano i cunicoli e le sale sotterranee della grotta, e i detriti da esse trasportati ricoprivano gli scheletri di orso permettendone la fossilizzazione.
Alla fine del XIX secolo alcuni rami della grotta furono sfruttati per la ricerca dell’oro, e nella frenesia degli scavi molti fossili andarono distrutti.
Per la scarsa resa e le difficoltà di setacciamento la corsa all’oro si spense ben presto.
Nei primi del Novecento, come testimoniano gli scritti raccolti presso il Museo Civico di Cuneo, le molte ossa di orso rinvenute nei dintorni della grotta venivano utilizzate dai bambini di Roaschia come svago, per costruire “trenini” di osso e altri giocattoli.
Sempre durante il Novecento molti scavi portarono alla luce, oltre a resti di orso, anche resti di vari altri animali, alcuni dei quali ricondutibili a frequentazioni della grotta da parte di uomini preistorici. Nel 1967 fu rinvenuto un coltello in bronzo attribuito alla prima età del ferro.
La grotta è oggi di interesse biospeleologico, per la presenza di anfibi e vari artropodi rari.
Queste grotte sono locus Mappa della grottatypicus di Eukoenenia spelaea e sono abitate dal Diplopode Plectogona vignai, dal Chilopode Lithobius scotophilus, dal CarabideTrechino Duvalius carantii ed è facile trovarvi il Carabide troglofilo Sphodropsis ghilianii, vagante sul fondo ghiaioso, Dolichopoda ligustica sulle pareti, insieme a Limonia nubeculosa ed a Lepidotteri dell’associazione parietale. Sulla volta delle gallerie in prossimità dei numerosi ingressi si possono osservare ragni troglofili come Meta menardi (subtroglofilo) e Nesticus eremita (eutroglofilo). Nelle stesse zone, ma al suolo o sulle pareti, è spesso presente il Geotritone (Speleomantes strinatii). Inoltre, sono state ritrovate 13 specie diverse di chirotteri tra cui Rhinolophus ferrumequinum, Rhinolophus hipposideros, Barbastella barbastellus, Myotis myotis, Myotis emarginatus, Myotis nattereri, Nyctalus leisleri, Plecotus auritus.
La località è oggi studiata per le caratteristiche biospeleologiche, per la presenza di vari anfibi e vari antropodi rari. E’ una visita descritta senza pericoli ma esclusivamente adatta a chi sa strisciare nei passaggi stretti che caratterizzano il suggestivo percorso.
LOCALIZZAZIONE:
latitudine: 44.17.23
longitudine: 05.01.32
superficie: 9,53 ha
cartografia di riferimento: IGM 1:25000: 90/I/NE Valdieri.

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